Start-up in Italy: il punto con Emil Abirascid



Immagine tratta da Flickr

Alcuni giorni fa mentre con il team di Democenter-Sipe decidevamo i contenuti del nuovo sito di Innova Day ci scambiavamo alcune battute sul numero di eventi e di iniziative dedicati alle start-up che ci sono oggi in giro per l’Italia.

E’ da circa due anni e mezzo che mi occupo di creazione d’impresa hi-tech e la sensazione che ho avuto negli ultimi mesi è che il settore si stia evolvendo molto rapidamente. Tra una battuta e l’altra ho pensato che è venuto il momento di fare il punto della situazione. Contattate alcune delle persone che in Italia hanno più il polso della situazione sul mondo delle start-up e sull’ecosistema dell’innovazione e inviate loro alcune domande per capire meglio che cosa sta accadendo: questo è il resoconto.

Così è nato il micro-progetto “Start-Up in Italy”.

La prima persona che ho contattato è Emil Abirascid. Direttore della rivista Innov’Azione, giornalista che da anni si occupa di start-up e di innovazione pubblicando articoli su Nova del Sole 24 Ore, Wired, e che da pochi giorni ha lanciato la nuova versione della piattaforma Start-Up Business.
Emil si è dimostrato come sempre cortese e disponibile.

Da pochi giorni è on-line la nuova piattaforma di Start-Up Business uno dei più importanti social network per l’ecosistema dell’innovazione presenti in Italia. Da dove nasce l’idea?

L’idea nasce nel 2005 quando feci la prima edizione di Percorsi dell’innovazione, l’area delle startup in seno a Smau. All’epoca in Italia l’ecosistema delle startup non esisteva ancora e l’intuito fu quello di puntare su un fenomeno che negli anni successivi sarebbe cresciuto con ritmi esponenziali. Affinché gli attori di tale fenomeno potessero avere un ‘luogo’ dove incontrarsi e poter condividere risorse, esperienze, opportunità, notizie, idee ho dato vita a Startupbusiness che è nato nel 2008 con il supporto della Camera di Commercio di Milano e oggi è essa stessa una startup che offre anche servizi e collabora con una serie di altri attori che fanno cose per il mondo delle imprese innovative come per esempio Intesa Sanpaolo Startup Initiative. Lo scorso 1 marzo siamo andati online con la nuova piattaforma del tutto rinnovata nelle funzioni, nella grafica, nell’offerta. Per registrarsi è sufficiente andare su www.startupbusiness.it

Quanti sono e chi sono i membri della community?

I membri di Startupbusiness sono oggi oltre 2100 e sono soprattutto startup, imprese, investitori in capitale di rischio come venture capital e business angel, sono istituzioni finanziarie, sono incubatori, parchi scientifici e tecnologici, università, studenti

Che cosa ne pensi dell’ecosistema dell’innovazione oggi in Italia?

Penso che stia vivendo un momento molto interessante perché dopo essere cresciuto esponenzialmente per circa 5-6 anni è oggi di fronte alle necessità di fare un salto di maturazione anche qualitativa. Siamo sulla strada giusta, deve forse passare ancora un po’ di tempo perché alcuni elementi si assestino, per esempio c’è una sorta di corsa a organizzare cose per le startup ma solo una parte di questa offerta è efficace e non mossa da esigenze di marketing, e serve anche che si pensi alle startup innovative considerando tutti i filoni tecnologici, in molti oggi pensano alle startup solo come a quelle che fanno progetti sul web, che va benissimo perché rappresentano una parte importantissima dell’ecosistema, ma se andiamo a vedere quali startup italiane nate negli ultimi anni hanno oggi successo si rileva che esse operano in diversi settori: energie, nuovi materiali, ict, biotech.

Se tu dovessi tracciare un profilo del business angel italiano come lo descriveresti?

Così come tutti gli attori dell’ecosistema anche i business angel stanno maturando. Oggi in Italia ci sono gruppi di investitori, penso per esempio a Italian Angels for Growth, che sono in grado di mettere insieme risorse finanziarie e competenze di altissimo livello come mai è avvenuto in passato, sotto certi punti di vista questo modello è anche più efficace di quello del venture capital tradizionale. Credo che, soprattutto in Italia, i business angel, o anche i cosiddetti ‘superangel’, stiano giocando e continueranno a giocare un ruolo importantissimo, e credo anche che possano dare un importante contributo anche alla diffusione della cultura dell’imprenditoria innovativa.

In questo periodo si sente molto parlare di Silicon Valley. Molti italiani in passato si sono trasferiti li. Oggi il fenomeno si è intensificato: molti start-upper – chi per lunghi periodi, chi per alcuni mesi – vanno in Silicon Valley per sviluppare i loro progetti d’impresa o per lanciarli sul mercato. Mind the Bridge è un evento che ha come obiettivo quello di portare li start-upper per svolgere training intensivi. Fullbright Best è un programma di borse di studio che porta in USA e in particolare in Silicon valley italiani con una idea d’impresa in testa con l’obiettivo di fare maturare il progetto per poi fare nascere una start-up in Italia. Qual’è la ragione di una così grande attenzione? Perché la Silicon Valley e non ad esempio Bangalore?

Silicon Valley va benissimo ma non è replicabile, non solo in Italia ma in qualsiasi altra parte del mondo, anche all’interno degli Usa non ci sono altri posti così. È importante andare a fare un giro in Silicon Valley per chi vuole fare startup, ma è anche importante comprendere quali sono gli aspetti che possono essere più importanti come per esempio il networking o la cultura dell’innovazione che vede la nuova generazione di imprenditori essere innovativa non solo nelle cose che propone e che sviluppa ma anche nell’approccio: un rapporto di apertura verso i soci di capitale, una considerazione costruttiva del fallimento, una visione efficace della concorrenza e dell’internazionalizzazione. Quindi tutto il contrario dell’approccio che hanno gli imprenditori più tradizionali che vedono nei soci di capitale potenziali predatori dell’azienda, che credono che il fallimento sia macchia indelebile, che affrontano la concorrenza con il piglio dell’individualismo imprenditoriale e che pensano all’internazionalizzazione solo quando si accorgono che il mercato locale è saturo. Questo nuovo approccio al mercato e alle sue regole,che in Silicon Valley è naturale, deve diventare parte della cultura imprenditoriale anche da noi, e sta già avvenendo.
Tu citi Bangalore, ma si possono citare altri posti, il fatto che il modello della Silion Valley sia difficilmente replicabile non significa che anche in altri luoghi del mondo non si possano creare condizioni di fertilità per la nascita di startup innovative, bisogna farlo tenendo presente specifiche caratteristiche e non emulando modelli che difficilmente attecchirebbero. Ma si può fare, anche in Italia basterebbero alcuni accorgimenti per dare slancio: per esempio defiscalizzare il costo del lavoro per le startup innovative per, diciamo, i primi tre anni, in tal modo si favorirebbe la creazione dei posti di lavoro di alto livello creando così anche in terreno fertile per attrarre cervelli stranieri o per favorire il rientro degli italiani all’estero, si favorirebbe la crescita dimensionale delle startup che devono essere viste come multinazionali che muovono i primi passi e si creerebbero posti di lavoro che trascorsi i primi tre anni diventerebbero fonte di entrare per l’erario.

Che idea ti sei fatto andando in Silicon Valley?

Che è un luogo dove si può imparare molto, dove bisogna andare per mettersi alla prova spingendo il limite più avanti possibile, ottima palestra per chi vuole fare il mestiere dello start upper.

Secondo Te che cosa è possibile esportare in Italia di quel modello?

Come ho detto prima, la cultura dell’imprenditoria innovativa.

Anche in Italia soprattutto negli ultimi anni sono nati progetti di valorizzazione di idee e di creazione d’impresa interessanti. Quali sono secondo Te oggi le best practices nel Nostro Paese?

Senza mettermi qui a fare l’elenco dei buoni e dei meno buoni va detto che le startup devono imparare a selezionare gli eventi ai quali partecipare. In linea di massima conviene verificare il settore al quale i singoli eventi si rivolgono, verificare se in palio ci sono premi o se, preferibilmente, ci sono occasioni di incontro con la comunità dei finanziatori anche di tipo industriale. Per individuare gli eventi e le occasioni Startupbusiness è un buon punto di partenza.

Nel prossimo post la seconda parte dell’intervista

Start-up in Italy: il punto con Emil Abirascid

2 pensieri su “Start-up in Italy: il punto con Emil Abirascid

  1. è interessante osservare come un social network possa essere tanto un’occasione per fare successo, per trovarsi, quanto per perdersi.

    Alienante non è dunque l’oggetto in sè, ma la funzione che affidiamo a quell’oggetto.

    Interessamte post il tuo Spero avrai tempo di ricambiare la visita su Vongole & Merluzzi dove parliamo dei social network raccontando una storia di fuga ^^

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/03/15/facetrix-revolution/

  2. francescobaruffi ha detto:

    complimenti per il post …anche se trovo paradossale – come ti ho scritto – che uno sfogo contro i social network tu lo faccia condividendolo sui social network….. a presto lordbad🙂

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