Start-up in Italy #2: seconda parte dell’intervista a Emil Abirascid


Immagine tratta da Wear Cape Fly

Micro-Progetto “Start-Up in Italy”: seconda parte dell’intervista a Emil Abirascid. Qui la prima parte.

(…) Che idea ti sei fatto andando in Silicon Valley?

Che è un luogo dove si può imparare molto, dove bisogna andare per mettersi alla prova spingendo il limite più avanti possibile, ottima palestra per chi vuole fare il mestiere dello start upper.

Immagine tratta da Wikipedia

Secondo Te che cosa è possibile esportare in Italia di quel modello?

Come ho detto prima, la cultura dell’imprenditoria innovativa.

Anche in Italia soprattutto negli ultimi anni sono nati progetti di valorizzazione di idee e di creazione d’impresa interessanti. Quali sono secondo Te oggi le best practices nel Nostro Paese?

Senza mettermi qui a fare l’elenco dei buoni e dei meno buoni va detto che le startup devono imparare a selezionare gli eventi ai quali partecipare. In linea di massima conviene verificare il settore al quale i singoli eventi si rivolgono, verificare se in palio ci sono premi o se, preferibilmente, ci sono occasioni di incontro con la comunità dei finanziatori anche di tipo industriale. Per individuare gli eventi e le occasioni Startupbusiness è un buon punto di partenza.

Circa un anno fa hai lanciato un progetto in collaborazione con la rivista WIREDItalian Valley– sulla quale tieni anche una rubrica settimanale dedicata alle start-up. Dove nasce l’idea e quali risultati ha avuto?

L’idea nasce proprio per dare una vetrina in più alle startup innovative italiane, in fondo il mio Dna è quello di giornalista e come tale dirigo la rivista Innov’azione il cui editore è il Polo tecnologico di Navacchio dove ha anche sede l’Associazione Italiana dei Parchi Scientifici e Tecnologici. Italian Valley è nata originariamente come rubrica sulla rivista, poi ha avuto la sua prima evoluzione online in concomitanza con il progetto Italia degli Innovatori voluta dall’Agenzia per la Diffusione delle Tecnologie e per l’Innovazione che ha portato oltre 200 imprese innovative italiane all’Expo di Shanghai nel 2010. I risultati di Italian Valley sono ottimi perché è ottimo il lavoro fatto da Wired in questi due anni, da quando appunto esiste la versione italiana dell’omonima rivista Usa.

Quali sono gli obiettivi futuri del progetto?

Oggi Italian Valley è sia la rubrica che curo sulla rivista sia una delle cinque sezioni del sito Wired.it dove ogni giorno sono pubblicate notizie sulle imprese innovative del Paese e dove vi sono anche blog curati da altri protagonisti di questo ecosistema.

Da due anni sei ospite dell’evento Innova Day. L’evento promosso da DemoCenter-Sipe per favorire l’incontro tra start-up hi-tech, innovatori e potenziali partner e finanziatori. Che cosa ne pensi dell’ecosistema dell’innovazione modenese?

Penso che l’ecosistema dell’innovazione non debba avere recinti: settoriali, geografici, anagrafici o di altra natura. Quindi sono convinto che in Italia le imprese innovative oggi possano nascere e crescere ovunque, vedi per esempio i casi di due delle più splendide gemme dell’innovazione made in Italy come sono Eurotech e Dallara che hanno sede in luoghi lontanissimi dai grandi centri urbani. Ovunque significa soprattutto in territori dove riescono a esprimersi grandi potenzialità e sinergie e Modena è oggi uno di questi insieme a, per esempio, Pisa, Trento, Trieste. Il lavoro che DemoCenter-Sipe ha fatto e che continua a fare è importante perché ha scelto una strada nuova che va oltre quella dei compiti tradizionali di un centro per il trasferimento tecnologico e questa strada sta dando ottimi risultati, ciò è frutto del fatto che la strategia punta alla concretezza con poco spazio per le chiacchiere ed è apprezzata sia dagli investitori, finanziari e industriali, sia dagli start upper.

Se dovessi dare un consiglio a una start-up hi-tech che decide di nascere a Modena e in Emilia Romagna che cosa gli diresti?

Che è importante fin dal primo giorno considerare il mercato globale, e questo vale che si nasca a Modena o in qualsiasi altro luogo. E poi di conoscere molto bene il tessuto industriale della zona.

Cambiando completamente area geografica. Oltre ad essere un giornalista molto seguito in Italia sei un osservatore attento dell’ecosistema dell’innovazione e delle economie dei Paesi del Medio Oriente. Quali pensi che saranno le conseguenze dei rivolgimenti in atto sui sistemi economici di quei Paesi?

I Paesi del mondo arabo contano complessivamente circa 300 milioni di persone che parlano tutte la medesima lingua e oltre il 60% di loro ha meno di 25 anni. Questi numeri da soli mettono in luce le grandi differenze che ci sono, da un punto di vista sociale e anagrafico, con l’Europa. Personalmente credo che ciò che sta avvenendo nella sponda sud del Mediterraneo sia mosso dalle giovani generazioni che hanno bisogno di guardare avanti, di tenere in mano il futuro e ciò non sarebbe stato possibile con i regimi che erano al potere. Sono persuaso del fatto che proprio perché sono i giovani a muoversi non vi saranno derive integraliste e non vi saranno nemmeno migrazioni di massa perché chi vuole cambiare le cose ora lo può fare direttamente in quei Paesi, andare via ora sarebbe un errore, significherebbe perdere le nascenti opportunità. L’area è indubbiamente infiammata e i costi di questa transazione sono altissimi in termini umani e sociali, ma quando la tempesta sarà passata avremo una ‘nazione araba’ più forte, consapevole e, auspico, democratica. Il Medio Oriente e il nord Africa potrebbero diventare l’epicentro del futuro boom economico, i nuovi Paesi emergenti, e li abbiamo qui a poche miglia nautiche dalle nostre coste, una grande opportunità anche per l’Italia e per il suo meridione soprattutto, un treno che, se passerà come mi auguro, non ci potremmo permettere di perdere.

I cambiamenti in atto pensi che avranno conseguenze in termini di innovazione anche sul Nostro Paese? Se si quali?

Già oggi nei Paesi delle sponde sud ed est Mediterraneo c’è grande fermento anche dal punto di vista dell’innovazione, come ho detto la popolazione giovane è in maggioranza. In alcuni Paesi, come per esempio il Libano, tutti parlano almeno tre lingue, in molti sono tornati dopo esperienze in Usa o in Europa, grandi gruppi industriali stanno investendo. Recentissima è la nascita del primo fondo per investimenti in società tecnologiche Palestinesi, fondo da quasi 30 milioni di dollari in cui hanno investito anche Cisco e Google e che è gestito da un palestinese e da un israeliano. Se non è un segnale questo!

Negli ultimi tempi si respira un clima abbastanza acceso in Italia tra finanziatori – in particolare fondi di investimento – da un lato e start-upper dall’altro. I primi accusano spesso i secondi di non essere sufficientemente preparati quando presentano i loro progetti di business, i secondi accusano i primi di non finanziare progetti o di fare richieste troppo pesanti. Che cosa ne pensi?

Penso che come sempre chi più parla meno fa. In Italia ci sono investimenti attivi di rilievo, ci sono gli investitori che investono e le start-up che promettono bene, ci sono perfino i primi casi di successo. Credo che sia una polemica del tutto superflua perché non vera. Certo non tutti trovano i soldi e non tutte le start-up sono promettenti, normale, ma ci sono anche quelle che promettono e che trovano i soldi, forse dipende solo da chi sono gli interlocutori. Ciò che bisognerebbe fare è eliminare i premi a fondo perduto e puntare invece sugli investimenti anche industriali, una grande azienda che in veste in una start-up perché le tecnologie di quella start-up l’aiutano a rinnovarsi servirebbe all’ecosistema cento volte di più che una manciata di premi perché dimostrerebbe come il processo di rinnovamento del tessuto industriale, economico e produttivo del Paese si è innescato e darebbe una visione in prospettiva molto più efficace. Inoltre scatenerebbe la corsa all’imitazione perché creerebbe valore industriale e non solo finanziario per l’impresa acquirente.

Un ultima domanda. Qual è secondo te una caratteristica che contraddistingue le start-up italiane rispetto alle altre e che può costituire un punto di forza sul quale puntare per avere successo – si tratta ovviamente di una generalizzazione e come tale sbagliata – ?

Si sente spesso dire che in Italia ci sono i talenti, c’è la creatività, c’è l’inventiva ed è verissimo, gli italiani per competenze e visione non hanno nulla da invidiare ad altri nel mondo. Ciò che però serve per tradurre innovazione in valore, quindi in imprese, in posti di lavoro, in nuove possibilità di sviluppo per l’economia, non è solo il talento e la creatività perché questi fattori devono essere accompagnati anche dalla capacità e dalla voglia di fare, di sudare, di sacrificarsi, di scommettere su se stessi, di rischiare al massimo. Torniamo alla cultura dell’innovazione che in molti anche in Italia dimostrano di avere e torniamo alla necessità di fare crescere l’ecosistema non solo in quantità ma anche in qualità e per quello che vedo io il processo è innescato, sono ottimista.

Start-up in Italy #2: seconda parte dell’intervista a Emil Abirascid

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